Cefalonia: capre, bouzouki e Tsipras

Questa volta ho deciso di unire Cefalonia e Peloponneso, per chiudere così il racconto della luna di miele e dare spazio ai dettagli del matrimonio, di cui hanno parlato i giornali e io no.
Questa è la fine del viaggio. Buona lettura.

14-09-2015

Sveglia alle 8, colazione, check out e via dritto verso sud. Andiamo a Vassiliki, l’ultima città di Lefkada. Lì prendiamo il traghetto che in un’ora ci porta a Fiscardo, sull’isola di Cefalonia. Una volta sbarcati dobbiamo percorrere più di 70 chilometri.

Eccola Cefalonia. Strade tortuose e paesaggi mozzafiato.
Così belli da catturare totalmente la nostra attenzione. Non scherzo: siamo appena arrivati e già abbiamo sbagliato strada. E che fortuna, aggiungerei.

Sul versante ovest, praticamente nella direzione opposta di quella che dovremmo prendere, c’è Assos: una cittadina che è un gioiello. Si trova a 36 chilometri da Argostòli e quasi dieci da Fiscardo. Assos è incantevole, incredibilmente bella, idilliaca. Non so come descrivere quello che provo… Ecco: pensate al canto di centinaia di sirene. Siamo stati catturati anche noi, giuro! Abbiamo sbagliato strada, sappiamo di aver sbagliato strada, ma non ce ne frega niente. Seguiamo quei tornanti con le bocche aperte e senza scambiarci una parola. La guardiamo in cima alla scogliera perché il villaggio è costruito su una piccolissima e pittoresca penisola collegata alla terra ferma da una striscia di terra su cui continuano a susseguirsi le casette bianche. In alto, al di là di un fitto bosco di cipressi, c’è il castello, immerso nella natura più incontaminata. Intorno tutto è blu cobalto. Avete capito?

assosUn grande sospiro e rigiriamo la vespa. Addio Assos!
Ora ci tocca trovare la strada per Sami. Non abbiamo internet né il navigatore satellitare, ma solo una guida Routard della Grecia continentale.
Oggi dobbiamo attraversare tutta la Cefalonia perché il nostro albergo è a Pòros, in fondo all’isola, a est, di fronte al Peloponneso.

Tornando indietro, a parte le capre per strada, vediamo un’abitazione isolata con il cancello aperto. Non mi resta che scendere dalla vespa e andare a citofonare. Mi si presenta un signore panciuto in canottiera e pantaloncino, ma non parla inglese: solo greco. Urla: ”Stratos, Stratos”. E’ il figlio, credo abbia otto o nove anni. ha i capelli biondi e gli occhi chiari. Lui l’inglese lo conosce e ci spiega la strada per Sami, facendo praticamente da interprete al papà. Ci dice che tra un paio di chilometri dovremmo girare a destra, ”c’è la freccia, non potete sbagliare”, dicono. E in effetti la freccia c’è, ma è in greco.

La strada sale sempre di più, il mare è sparito e intorno ci sono solo rocce. Non ci resta che piangere! No, è solo il titolo di un film divertentissimo. Dicevo, non ci resta che… cantare! Certo, non ci resta che cantare canzoni di mer..

”Più bella cosa non c’è,
più bella cosa di teeee,
unica come seiii”…

E non finisce qui. Abbiamo cantato anche il pezzo dei Neri per caso, l’unico più conosciuto credo:

”Le ragazze si lanciano
ad occhi chiusi nelle avventure
qualche volta confondono
la bugia e la verità,
seguono l’istinto
e l’istinto le aiuterà,
sono treni in corsa
che nessuno fermerà”.

E siccome non ricordiamo il resto del testo, ripetiamo la stessa strofa per circa cinque minuti fino al ritornello. ”Ci devi stare, inutile sperare di recuperare se hanno detto no”, esatto.

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C’è un semaforo. In fila ci sono solo due auto, di cui in una turisti inglesi e nell’altra una coppia greca. I due ci confermano che siamo nella direzione giusta e ci spiegano che ci mancano ancora sette villaggi prima di arrivare a Sami. Scatta il verde. Continuiamo. La strada sale sempre di più e a percorrerla siamo sempre gli stessi: noi, gli inglesi e la coppia greca. Siamo in cima alla montagna e da lì vediamo il mare. C’è un altro semaforo. I greci abbassano il finestrino per indicarci l’isola che vediamo di fronte: ”E’ Itaca?”, chiedo. ”Sì, è Itaca”, mi rispondono con fierezza.

Il nostro viaggio continua con lunghe pause di silenzio. Io stringo Domenico e cerco di bloccare l’effetto ‘a palloncino’ della sua giacca. Sami è ancora lontana e non è nemmeno lì che dobbiamo arrivare, ma più giù.

Lungo il percorso c’è tutto ciò di cui parla anche la guida: i venditori di miele, i melograni, le capre, il monastero di Agios Andréas. A Sami compriamo la mappa.

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Sono le 19.30 e noi siamo in viaggio da questa mattina. Siamo arrivati a Pòros, ma che fatica! Ho gli occhi rossi, ho sete e voglia di una doccia calda.
La prima persona a cui chiediamo indicazioni per l’hotel è un signore italiano. Si chiama Oscar ed è super disponibile. Ci fa strada perché la struttura è a due chilometri dal porto. Ci svela che i calamari arrivano dall’Indonesia e che sull’isola di buono ci sono le orate, le bietole, la carne e il vino.

L’albergo Oceanis non è un granché, ma la vista merita. Come anche la cucina dell’osteria di fianco, ”Taverna Sunset”, con una splendida terrazza e una cameriera che canticchia mentre passa da un tavolo all’altro. La musica che sentiamo è di Haris Alexiou, che in Grecia ha la stessa notorietà che Mina ha in Italia, ma il ritmo in questo caso lo dà il bouzouki. ”Ci manda Oscar”, le diciamo. ”Oh, Oscaaaar”, risponde spalancando le braccia. Accoglienza ottima, atmosfera allegra. Questa è la nostra recensione.

Vicino Pòros le spiagge sono stupende, selvagge e incontaminate. Tant’è che per ottenere un po’ di ombra abbiamo dovuto improvvisare una piccola capanna su cui abbiamo poggiato i nostri vestiti. Piccolissimo ma concreto e divertente esempio di ‘autocostruzione’ che ci ha trasmesso l’amico e architetto Francesco Poli, di cui vi parlerò più in là a proposito degli allestimenti del mio matrimonio.

Resta solo un altro giorno perché il primo disponibile sull’isola lo abbiamo passato a bordo della vespa, ma se vi capita, come ci ha detto Oscar, prendetevi almeno una settimana: la Cefalonia giratela tutta. Io ci tornerei volentieri, sia per le bellezze, sia per battere Domenico a dama per l’ennesima volta.

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Da Pòros partiamo per Kilini: destinazione Olimpia. Gita al sito archeologico e cena assolutamente lontano dal centro da ”Thea”, a Flokas, due chilometri e mezzo dalla città. Non è difficile orientarsi in Grecia e per di più, quando si chiedono indicazioni, la gente è quasi sempre disponibile se non disposta anche a fare strada. E’ successo con Oscar in Cefalonia, ma anche nel Peloponneso, ben due volte: appena sbarcati ci siamo smarriti tra le stradine di Kilini e un ragazzo che consegna pizze e pane a domicilio, ci ha accompagnato con il suo furgone per circa venti minuti. A Olimpia, per cercare il ristorantino che la guida consiglia, seguiamo un ragazzo in motorino, che guida senza casco come la maggior parte dei greci.

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Dopo Olimpia raggiungiamo Patrasso, dove la confusione da città ci destabilizza. Mancano quattro giorni alle elezioni e Patrasso è tappezzata di cartelli col faccione di Tsipras, che si alternano con i manifesti firmati dai comunisti del KKE.

Su uno di questi cartelli capiamo – dal greco – che questa sera in piazza a Patrasso c’è il leader di Syriza. Facciamo tutto di corsa perché io voglio intervistarlo. E invece picche. Tsipras è inavvicinabile. Lo staff del partito mi dice che devo passare prima dall’ufficio comunicazione, consegnare i miei documenti insieme alle domande che vorrei porre e aspettare di avere un appuntamento. Ciao, ciaone! Non importa, sono sempre in viaggio di nozze.

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Il nostro viaggio termina con il traghetto preso in perfetto orario, anzi in anticipo. Prima volta in vita mia: ci presentiamo due ore prima della partenza. E non sono riuscita a comprare nemmeno un dolcetto da sgranocchiare a bordo. Tutta colpa di Domenico, che però mi ha portato a casa sana e salva. Mille chilometri da Igoumenitsa a Patrasso, 5 euro di benzina ogni 50 chiloemtri, più olio, cibo, traghetti e alberghi. Luna di miele slow e romatinca.

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PS: La Grecia è in crisi, ma i greci parlano inglese (tutti, anche il benzianio) e il wifi è gratis ovunque.

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