L’incubo del fai da te

Niente email, niente whatsapp. Io gli inviti ho sempre desiderato farli.

Ovviamente in maniera originale. Questa è la fregatura!

Il taglio e cucito non fa per me, però posso garantirvi che vedere lavorare chi sa bene come usare forbici e ago è senza ombra di dubbio un’esperienza allucinogena. Giuro: a voi è mai successo di fare le tre di notte con la mamma dello sposo? Ecco, io l’ho fatto ieri.

E fortuna che c’è Pina. Senza di lei i nostri inviti sarebbero sicuramente stati ordinati su eBay. O magari, senza inviti creati ad hoc io non avrei mai e poi mai detto ‘sì’.

E a proposito, un abbraccio speciale a tutti quelli che dicono – come ho sempre fatto anche io – ”Non mi sposerò mai”. Non sono più dei vostri, ma vi penso ogni giorno 🙂

PS: Tranqui Dommi!

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L’algoritmo della busta

Il bello di avere amici simpatici come Andrea Lucatello che, nel bel pieno di una giornata di fuoco passata a girare le mercerie di Bari e provincia, mi invia una foto con un messaggio secco: ”Sempre utile”.

L’immagine è questa pagina di un libro di cui non sappiamo il nome. Provo ad immaginare: Guida tragicomica per un matrimonio all’italiana. Esagerato?

PS: Ehm, noi preferiamo la busta, ma giuro, per una giusta causa. Anzi, fighissima! Vero Dommi?

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Pane, amore e fantasia. E siamo tutti Pierre e Bea

Addio cerimonia di gala.

Lo dicono anche Pierre e Bea: sposi casual e colazione in giardino. Il matrimonio da favola finalmente è possibile. Del resto come fai a sfamare 700 persone se non con una festa a base di finger food? E’ stato bravo zio Alberto, che per la neo signora Casiraghi, ha seguito le indicazioni di una giovane coppia innamorata che sicuramente non ha problemi di pagare l’affitto a fine mese né tanto meno il conguaglio del gas.

Dunque, la quinta figlia di Carlo Borromeo ha scelto la semplicità. Chi non sa come arrivare a fine mese opta comunque per bomboniere di swarovski, centinaia di fiori, ghirigori e un abito bianco il cui prezzo deve per forza di cose superare i tremila euro. Secondo me, c’è qualcosa che non va.

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Una scena del film ‘Poveri ma belli’

Non credo che l’amore di due sposini aumenti in proporzione al luccichio dei diamanti, né credo che lo sposo sia più felice se riesce a specchiarsi negli accessori della sua donna. Voi che dite?

Io rispondo così: intelligenza, semplicità, gusto. E un po’ di sano rock ‘n’ roll.

PS: Casiraghi sarà pure un bel ragazzo, ma Domenico è più figo 🙂

Love and Trust: here it comes

Un po’ british, un po’ sbarazzino. Lo abbiamo trovato: ”Love & Trust”. Il nostro font è lui.

E a proposito, studiando qua e là in giro per il web è saltato fuori un vecchio articolo di Stefano Bartezzaghi, tratto da Repubblica, che fa riflettere sul ruolo che il font assume. Leggetelo. Copio e incollo:

© La Repubblica RIPRODUZIONE RISERVATA
Scrivere, si fa presto a dire “scrivere”. Ma scrivere come? Si può farlo a mano o con una macchina. Quando lo si fa a mano si può scegliere di far finta di scrivere a macchina, così come quando si usa una macchina si può oramai far quasi finta di scrivere a mano. Lo stampatello manuale imita la regolarità modulare della macchina. I caratteri sono diritti e ben staccati fra loro, come soldati impettiti in riga

Quando le macchine scrivono in corsivo, invece, è la macchina che imita la mano: caratteri inclinati, come staffettisti che partono di scatto per andare a offrire il testimone di un trattino a quello che lo segue. Del resto “corsivo” rimanda proprio alla corsa, allo scorrere e al discorrere della scrittura, che insegue da vicino il pensiero, non fa staccare mai la mano dal foglio, non cerca una classica stabilità ma insegue ghirigori casomai barocchi.

Le macchine di scrittura odierne ci consentono una scelta un tempo impensabile di caratteri e di loro varianti, chiamate “font”. Nomi come “carattere” e “tipo” facilitano le analogie che la speculazione grafologica trova fra le inclinazioni del carattere scrittorio e quelle del carattere psicologico dello scrivente. Umberto Eco, che non ha mai dimenticato il suo passato di funzionario editoriale (e quello più remoto di discendente da una famiglia di tipografi), aggiunge anche l’accezione anglofona di « character » come personaggio di una narrazione, dando nomi di caratteri a personaggi e entità dei suoi romanzi: dal Baskerville de Il nome della rosa (che allude anche a Sherlock Holmes) alla Garamond de Il pendolo di Foucault fino a Braggadocio, cupo personaggio del recente Numero Zero . Il nome è quello di un bizzarro carattere, che risale all’Art Déco. Anche il cognome del narratore, Colonna, ha a che fare con la tipografia e non soltanto perché la colonna è un’unità dell’impaginazione. A un controverso Francesco Colonna è attribuito quel capolavoro letterario e anche tipografico che è l’-Hypnerotomachia Poliphili , stampato da Aldo Manuzio nel 1490, con i caratteri disegnati proprio da Francesco Griffo.

Il recente Sei proprio il mio typo. La vita segreta delle font ( Ponte alle Grazie, 2012) del divulgatore inglese Simon Garfield è un’eccellente (e spassosa) guida turistica per viaggiatori di pagine. La sostanza espressiva dei bianchi e dei neri, dei tratti rettilinei, delle curve e degli svolazzi è perlopiù inavvertita, almeno consapevolmente, dal lettore. Il suo occhio non si sofferma su questi più di quanto il cervello di un automobilista pensi ai pistoni: salta subito alla dimensione della parola, e del suo significato. Come per i pistoni, si notano solo i malfunzionamenti: una cattiva stampa, o anche una cattiva scelta di font, salta all’occhio e allora ci si accorge che una relazione fra testo e font esiste. Ci sono font “maschili” e font “femminili”, font autorevoli e font ironiche, ed è solo la sapienza di un grafico professionale che può assegnare a un testo il set di caratteri che meglio si adatta al carattere del testo medesimo. Che non faccia (se proprio non lo si desidera) l’effetto dell’Infinito di Giacomo Leopardi recitato dalla voce di Fantozzi, o della Vispa Teresa scandita da quella del presidente emerito Giorgio Napolitano.

Non a caso proprio offrendo una varietà di font ai suoi clienti la Apple delle origini prese dei vantaggi su Microsoft. La font è infatti la voce, il timbro e l’inflessione del testo scritto, così come, sempre senza accorgercene, possiamo parlare in corsivo, in stampatello, in neretto e a volte facciamo sentire che pronunciamo certe parole con l’iniziale in maiuscolo. Ferdinand de Saussure pensava che la lettera e il suono siano presenti nella nostra mente in una forma indistinta e sinestetica, tra figura e suono. Quando si ascolta la voce delle font viene proprio da dargli postuma ragione.

Cercavo nuovi font, poi ho visto lui: ”Confetti Stream”.

Ho pensato: bello! un po’ pop, un po’ America anni Cinquanta, avete presente Grease?

Ci ho creduto, ho sperato che fosse il font perfetto per i miei inviti fino a quando non ho digitato: 5 settembre 2015. Guardate il risultato

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Ma che è? Una specie di codice promozionale? Dovevo comprarlo?

Come direbbe Massimo Troisi, era solo un calesse.

La ricerca continua, intanto spero che qualcuno sappia spiegarmi che problemi ha con i numeri il misterioro font che, a guardarlo bene, non mi piace più.

Se Parig avess lu mér…

Quasi tutti conoscono il detto barese, altamente filosofico e anche un po’ romantico, secondo cui Parigi ‘se avesse avuto il mare, sarebbe stata una piccola Bari’. Eppure io che sono pugliese non lo avevo mai scritto prima d’ora.

Chiedo scusa in anticipo se ho fatto gaffe nel titolo, ma chiedo scusa soprattutto per quello che sto per dire: Parigi non è Bari né tanto meno Bari è o somiglia a Parigi. Anche se di francesismi ce ne sono a iosa.

Non tutti sanno che per amore ho scelto di tornare a vivere in questa Puglia infinita: il mio uomo, gli amici e la famiglia, la mia terra bella e impossibile. Eccomi qui, più confusa di prima, ma felice.

Rinunciate all’idea di contare le volte in cui ho pensato di aver fatto una cazzata: è successo e succede ancora. Ci sono momenti in cui sale dannatamente la voglia di prendere tutto e partire, ma ho deciso di tornare, e per un po’ vediamo come va.

Ho avuto la fierezza di sentirmi pugliese in giro per l’Italia e per il mondo. Sono contenta del modo in cui questa regione sia cresciuta. Adesso la mia vita di coppia, la stabilità di un matrimonio prossimo, la mia professione, il futuro dei miei bambini (se e quando li avrò) dipenderanno fondamentalmente da due persone: Domenico Pizzi e Michele Emiliano.

Domenico Pizzi è lo sposo, l’ho presentato ieri. Michele Emiliano è il neo governatore eletto in Puglia. A Domenico dico: amami ogni giorno di più, supereremo insieme ogni difficoltà. A Michele Emiliano dico: fai in modo che le diffocoltà siano per i pugliesi sempre meno dolorose e ama questa regione come se tu la stessi sposando, con una intelligenza sostenibile.

Forza, che in fondo io voglio restare!

PS: nella foto uno dei momenti che rievocano lo stato del pendolare, scelta dovuta al fatto che da Bisceglie a Putignano con i mezzi ci ho messo ben tre ore. Non è per niente normale, altro che Parigi!

Lo sposo

Addio serenità. Chi ha detto che sposarsi d’estate è la migliore idea? Non credeteci: fa caldissimo, la gente ha voglia di passare il tempo libero in spiaggia o in montagna e non di certo a fare mille giri in auto, e ad agosto tutti chiudono per ferie.

Il ché incide (ovviamente) sulla vita di coppia e i messaggi di Whatsapp si trasformano solo in uno scambio di immagini che dovrebbero ispirare l’allestimento.

Poi il tuo uomo ti invia le foto di tessuti e merletti scattate al mercato, e lì capisci che è proprio amore, nonostante lo stress.

Lui è Domenico. Siamo molto diversi, ma i nostri corpi si incastrano e non ci va di staccarci nemmeno quando, d’estate, fa troppo caldo. E’ un bravo ballerino, e poi insieme ci divertiamo un sacco.
Ve lo presento nell’unico momento in cui, in questi giorni, non discutiamo…

Ti prego Dommi, non può far caldo per sempre 😀